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Ancora una schiena
su di me —
l’ennesima
di un giorno
che ha sempre
l’odore
di umana sofferenza.
Muri anonimi
mi circondano
fin da quando ho memoria.
Io, che ho sorretto
la solitudine
di dolori abbandonati,
e di persone pazienti
che attendono il riscontro,
vivendo un’attesa
opprimente.
Ho sostenuto
il peso dei respiri deboli,
per poi percepirli
nell’attimo
del loro crollo.
E quelle mani —
fino all’ultimo
abbracciate a dita
che cadevano
senza forza.
Io,
unico testimone
di confessioni notturne
che nessun prete
potrà mai sentire.
Quando le luci sterili
infettano la quiete
che esiste oltre le porte,
e le pelli di ruga
guardano la soglia
sempre più distante.
Ora,
un medico mi spinge:
ancora una schiena,
un braccio dondola
oltre il mio perimetro
e batte su di me.
Ma poi
il battito
non c’è.